Il cambiamento in atto che Tim O’Reilly ha riassunto nel termine Web 2.0 ha sancito il passaggio da una concezione di rete “vetrina” all’esperienza di una rete “piattaforma”.
Wikipedia ha spazzato via la Britannica Online, i blog hanno ridimensionato gli editoriali della carta stampata, Youtube sta sostituendo sempre di più la TV e c’è anche chi giura che Google ci stia facendo diventare stupidi.
Questo ha avuto molteplici conseguenze, ampliando, da una parte, le possibilità di interazione da parte dell’utente e dall’altra elevando all’ennesima potenza la quantità di informazioni “sensibili” a disposizione dei grandi competitors del mercato globale.
L’Internet odierno, ovvero una Repubblica fondata sul “feedback”, fa i conti ogni giorno con un ossimoro: proporsi (o meglio essere proposto) come la vera e unica democrazia funzionante, capace di mettere in contatto piccole e grandi menti, vicine e lontane e di contro, utilizzare idee e prodotti partoriti dalle stesse per studiare come poterle catalogare, controllare e proselitizzare.
Un esempio di schedatura di massa potrebbe essere Facebook che a patto di ricreare un’agenda-setting dei nostri contatti, prima faticosissima da costruire, ha fatto sì che l’individuo inflazionasse il valore di una delle cose più intime che prima custodiva con dedizione, il proprio nome e cognome e le proprie informazioni sensibili.
Il social network, da me ribattezzato nella tesi “social not-work” è il sintomo di un profondo mutamento nelle relazioni e nei bisogni del mondo civilizzato.
Questa democratizzazione del web però ha prodotto una vera e propria rivoluzione mediatica che ha messo in crisi tutto il sistema dei media classici, trasformando il concetto di trasmissione, ovvero fruizione dei contenuti da parte dello spettatore nel momento stesso in cui vengono resi disponibili dall’emittente, in pubblicazione, ovvero la possibilità di crearsi un palinsesto personalizzato per spazio e tempo grazie a tecnologie come lo streaming, il podcast, (esempio: l’ormai vecchio di 5 anni sua maestà youtube).
Se parliamo di media quindi, credo che il così detto “prosumer” paghi un prezzo congruo al beneficio che percepisce, mentre se spostiamo questo stesso discorso sul piano dei social network è palese come le insidie per la libertà dell’individuo siano in pericolo.
Il problema infatti non è la scelta in sé ma la possibilità di decidere di scegliere o di non scegliere. L’individuo infatti, non può più permettersi di non essere iscritto a facebook, piuttosto che a twitter, perché questo significherebbe un grado di emarginazione dalla società che non è sostenibile a tutti i livelli, lavorativi, relazionali e intellettuali.
Parliamo quindi di opportunità e sfruttamento come facce della stessa medaglia, come da sempre nella storia dell’umanità si è parlato, non sarò quindi io a decidere oggi alle 16e14 cosa è giusto o cosa è sbagliato.
Posso però pormi l’ennesima domanda che probabilmente non avrà risposta: quanto tempo passerà prima che l’utente possa continuare a nuotare nella società liquida prima che debba pagare un prezzo che lo faccia affogare?
Sono ottimista in questo, penso che la rete abbia successo perché libera e nella maggior parte dei casi gratuita, ma non sono sicuro che il denaro rimarrà per sempre l’unica unità di misura del valore di noi stessi e della nostra identità virtu-reale.